Il nome completo era Carvilius Gemellus, morto a 18 anni, come risulta dalle iscrizioni del sarcofago dove era stato deposto adornato da ghirlande e completamente avvolto da un sudario, probabilmente di lino come evidenziato dal tipo di tessitura.
Corpo e sudario - ha detto Giuseppina Ghini, archeologa della Sovrintendenza del Lazio - non si possono staccare, fanno quasi corpo unico. Si dovra' quindi procedere con con indagini endoscopiche e stratigrafiche. Gli esami paleobotanici faranno comprendere come era stato ''trattato'' il corpo per permetterne la conservazione.
Era in uso, infatti, l'esposizione rituale dei corpi, come risulta da fonti antiche e da rappresentazioni funerarie su urne e rilievi. Lo scheletro di Aebutia Quarta, la ''signora'' come viene chiamata dagli archeologici, era ricoperto quasi interamente da elementi vegetali ben conservati. La testa era adornata da un reticella d'oro che raccoglieva una sorta di treccia posticcia formata da crini animali molto spessi.
Entrambi i corpi giacevano in due sarcofagi marmorei disposti ortogonalmente all'interno di una monumentale tomba a camera quadrata databile I-II secolo d.C. rinvenuta durante una campagna di scavo della Sovrintendenza Archeologica del Lazio. I corpi di Carvilius Gemellus ed Aebutia Quarta poggiavano su una sorta di materasso.
Sembra addirittura che sotto il materasso del giovane vi fosse una barella: ai lati sporgono, infatti, dei resti che si potrebbero interpretare come un sostegno per il trasporto. Allo studio dei reperti (vari tipi di vegetali, tessuti, elementi organici ed inorganici) nel Laboratorio di Antropologia della Soprintendenza Archeologica del Lazio a Tivoli, partecipa anche il laboratorio di Bioarcheologia del Museo Nazionale di Arte Orientale.
L'appuntamento per conoscere il mondo di Aebutia e di suo figlio e' dunque fra qualche mese. Alcuni esami di laboratorio richiedono, infatti, tecnicamente tempi lunghi.
Ref: http://www.bur.it/2001/nc000212.htm
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